L’IMPATTO DELLA GIG ECONOMY, I RIDER E LA POLITICA

Con l’espressione “gig economy” si vuole dare una definizione comune a diversi fenomeni che stanno influendo sul sistema economico e sul mondo del lavoro attuale, diretta conseguenza un po’ dell’innovazione tecnologica e un po’ della crisi economica che hanno caratterizzato l’ultimo decennio.

L’economia del lavoretto o on demand ha trasformato il volto di molte attività lavorative. In questo modo, la crescita dei servizi prestati ai clienti è andata purtroppo di pari passo alla diminuzione di salario e tutele nei confronti dei lavoratori. L’idea della forza lavoro richiesta è, infatti, quella “just-in-time”, da reperire in fretta, pagare solo se effettivamente utilizzata e alla quale le aziende non sono tenute a restare legate per anni.

Esempi di “work on demand”, grazie al quale lavoratori e clienti vengono messi in contatto attraverso apposite applicazioni per cellulari, sono società come Deliveroo, Foodora o ancora Uber che forniscono piattaforme elettroniche che facilitano l’incontro tra domanda e offerta di piccoli incarichi di diverso genere. I prestatori di tali servizi sono inquadrati giuridicamente come lavoratori autonomi ma di fatto si tratta di situazioni dove l’intervento della piattaforma nell’accordo fra prestatore di servizi e utente è a tal punto pervasivo da limitare gli spazi di autonomia delle parti. Detto più semplicemente, la piattaforma cessa di essere un mero intermediario che eroga solo il servizio della società di informazione, per fornire essa stessa il servizio che ne dipende grazie ai prestatori di servizi che, a loro volta, sono di fatto suoi dipendenti. (tratta dalla relazione alla Proposta di Legge al Parlamento fatta dal Consiglio Regionale del Piemonte)

Queste nuove forme di occupazione, introdotte dalla gig economy, rappresentano una valida risposta alla crisi economica, in termini di incremento di reddito, per chi ha già un’altra occupazione, o di possibilità di avere degli introiti anche durante la ricerca di un posto di lavoro. Ma il problema del loro inquadramento non è di poco conto. In quest’attività lavorativa, che si colloca in una zona grigia tra il lavoro di freelance e quello dipendente, i “gig workers” non hanno alcuna sicurezza riguardo il proprio reddito; sono soggetti a una competizione fra lavoratori molto ampia, che tiene i compensi ben al di sotto di quelli minimi; non hanno alcun limite al proprio orario di lavoro; non sono protetti dai rischi per la loro salute e sicurezza e non godono del diritto di associazione sindacale.

Manca una normativa che sia in grado di collocare questi lavoratori e fornirgli le adeguate tutele, secondo il principio ben enunciato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro che bisogna assicurare tutele minime a qualsiasi lavoratore, sia esso subordinato o autonomo, per il solo fatto di lavorare.

Con questa proposta di legge che ho fortemente appoggiato e che il Consiglio Regionale ha all’unanimità approvato in aula martedì 22 gennaio 2019 si intende restituire dignità al lavoro e contrastare la precarietà, impedendo anche alle imprese di aggirare molte delle regolamentazioni previste dai contratti collettivi, esternalizzando totalmente il rischio e i costi dei potenziali tempi morti o di bassa domanda sui lavoratori stessi, operando una stretta al ribasso dei costi del lavoro.

Al link trovate il mio discorso completo fatto in aula.

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